Cosa succede quando un musicista, che quasi 40 anni fa ha fatto la storia del rock insieme alla sua band, decide per la prima volta nella sua carriera di suonare in Italia?
I casi sono due: o quasi nessuno lo ricorda e quindi il concerto diventa un fallimento, oppure ci si ritrova con un locale pieno e con un successo annunciato.
Nel caso di John Fogerty, passato alla storia per essere stato il leader assoluto dei Creedence Clearwater Revival, la prima “calata italica” della sua vita è stata un grande successo.
In un Alcatraz pieno come un uovo, anche se forse non del tutto esaurito, una folla assolutamente eterogenea e di tutte le età ha atteso con impazienza l’entrata in scena di quello che, oggi lo possiamo dire con certezza, è un artista amatissimo dagli italiani. In mezzo al pubblico si potevano trovare metallari di oggi e di ieri, distinti signori in giacca e cravatta, nonni coi nipoti e tanta gente “insospettabile”: questa è stata la classica serata all’insegna della musica che mette d’accordo tutti, ma proprio tutti.
D’altronde, con un inizio al fulmicotone come quello di “Travelin’ Band”, nessuno avrebbe potuto lamentarsi dell’energia e del coinvolgimento che il rock classico, intriso di country e blues, del 63enne americano è ancora oggi in grado di trasmettere.
Accompagnato da una band di ben 6 elementi, Fogerty dovrebbe in teoria presentare il suo ultimo album “Revival”, ma alla fine di questo grande concerto si può dire che è stato praticamente una sorta di “best of” dei CCR, con sommo gaudio di tutti coloro che hanno aspettato una vita intera per ascoltare quelle canzoni dal vivo.
Il pubblico è stato investito da una sequenza interminabile di classici, fra i quali “Suzie Q”, “Born On The Bayou”, il vivace country di “Lookin’ Out My Back Door”, le energiche “Around The Bend” e “Sweet Hitch-Hiker”, l’immortale e bellissima “Have You Ever Seen The Rain” e tanti altri brani leggendari, che non sembrano soffrire affatto delle quasi 4 decadi di età.
Davvero spettacolare la partecipazione della gente, che ha cantato ogni singola canzone, perdendosi un po’ solamente su quelle nuove, fra cui si ricorda una discreta “Don’t You Wish It Was True”, suonata con tutta la band seduta in fila, in un’atmosfera molto rilassata, quasi che i musicisti la stessero eseguendo alla fine di una serata fra amici.
Fogerty stesso, col passare dei minuti, si è progressivamente “sciolto”, probabilmente realizzando che tutta quella gente davanti a lui, gran parte della quale non era nemmeno nata quando lui scriveva e suonava la sua musica, stava seguendo con passione e adorazione ogni singolo frammento del suo show. Gli “I love you!”, verso la fine del concerto si sono sprecati, aggiungendo, se possibile, un’ulteriore elemento di gioia e partecipazione nel pubblico e nei musicisti stessi.
Va detto che la band alle spalle di Fogerty ha svolto un ottimo lavoro, soprattutto quel giovane polistrumentista che si è alternato, con risultati eccellenti, fra violino, lap steel, mandolino, banjo e chitarra acustica.
Una particolarità che di certo non è sfuggita agli occhi dei presenti è la quantità industriale di chitarre che il buon Fogerty ha cambiato durante il corso dello show: praticamente non ha mai suonato due brani di fila con la stessa chitarra!
Indice di un grande perfezionismo da parte del veterano musicista, che sicuramente abbina lo strumento migliore per ogni canzone. I risultati, alla fine, si sono sentiti: suono ottimo, pulito, potente, con solamente il rullante della batteria un po’ in ombra, ma con tutto il resto degli strumenti molto ben presente e ben bilanciato. Cosa di certo non facile quando si parla di 7 strumenti sul palco, del resto.
Da elogiare anche e soprattutto la prova vocale offerta dal buon vecchio John, che per tutta la durata dello show non ha mostrato nessun segno di cedimento e che, in buona sostanza, è rimasta quella riconoscibilissima dei tempi d’oro.
Nessun cedimento anche da parte del pubblico, che fino alla fine ha cantato, ballato e incitato Fogerty, con dei picchi di entusiasmo notevoli sulla sempre affascinante “Down On The Corner” e soprattutto sul grande classico dei Creedence, quella “Proud Mary”, posta ovviamente in chiusura, che tutto il mondo conosce e ama.
Alla fine di queste due ore e un quarto di grande musica (una gran bella lezione di stile a tutti quei gruppi di oggi che suonano un’ora e se ne vanno!), non possiamo che uscire dall’Alcatraz estremamente soddisfatti di una serata davvero positiva, all’insegna del rock più autentico e sanguigno. Anzi, oserei dire che stasera abbiamo assistito alla quintessenza del Rock, grazie ad un personaggio che può invecchiare dal punto di vista anagrafico, ma rimane una leggenda vivente e un vero maestro della nostra musica preferita.
Peccato per tutti coloro che se lo sono perso, a cui auguriamo sinceramente che non debbano passare altri 40 anni prima di rivedere il buon John Fogerty dalle nostre parti!